Il lavoro di squadra
si impara… con MiroChef

Sono arrivati 30 studenti al primo giorno di scuola e nel tempo di un week-end si è formata una classe. È d'accordo Stefano Pace, formatore (ma lui preferisce autodefinirsi motivatore) di Quattroruote Professional, che in coppia con Fabio Uglietti ha tenuto per conto di Miro 'Spare Parts Manager Meeting'. Ecco le sue riflessioni al termine della due giorni sul Lago Maggiore.

Quanta motivazione è servita in questa giornata e mezza? Sbaglio o erano già carichi di loro?
Erano carichi perché è stato studiato un percorso che si autoalimentava, era un circuito virtuoso: motivazione si aggiunge a motivazione e sono arrivati alla fine abbastanza... in palla.

È andata davvero meglio di quanto si aspettasse?
Meglio per il gruppo, sì, nel senso che normalmente ci sono partecipanti non apatici ma un po' dubbiosi, dubitativi rispetto alla formazione, perché molto spesso si pensa che la formazione sia aria fritta.
Io, da quando faccio questo lavoro, mi sono sempre posto come obiettivo che le persone che escono da uno dei nostri incontri si portino a casa almeno tre cose, tre cose che devono mettere in moto subito. Tutto il resto è molta… panna montata.

Nel caso Miro, quali sono queste tre cose?
Mi auguro che si siano portati a casa il fatto di leggere la realtà - un aspetto che vale per tutti, non solo per chi fa il loro lavoro - nella maniera più oggettiva; il fatto di lavorare assieme, al di là magari dell'interesse momentaneo che opera sempre in una finestra temporale molto ridotta; e il fatto che, quando si lavora insieme, c'è fiducia nella persona che ti sta vicino, nel loro caso fiducia negli uomini Miro e nei colleghi con cui lavorano in magazzino.

Lavorano per marchi diversi, per titolari diversi, con Case che 'assillano' in modo diverso… Ha colto caratteristiche individuali?
È ovvio che la pressione che le Case esercitano sui vari concessionari è forte, ma devo dire che è diventata un fattore comune, non c'è una concessionaria meno stressata di altre.
Quello che ho notato tra loro è che ci sono talenti naturali dal punto di vista del creare la leadership, perché dopo due secondi erano in grado di dirigere perfettamente la squadra, la 'brigata di cucina'. Per altri, invece, c'è stato uno spostamento della leadership durante il team building, nel senso che persone che pensavano di poter essere il leader si sono rese conto che non era così. Intelligenza è riconoscere di non avere determinate capacità, farsi da parte e collaborare nella squadra piuttosto che risentirsi: "Non mi fate giocare, datemi la mia palla che me ne vado".
Da questo punto di vista ci sono delle ottime potenzialità.

Io sono rimasta stupefatta da come si sono lasciati, tutti, immediatamente coinvolgere. Una scommessa vinta?
Per quanto mi riguarda, è una scommessa vinta vent'anni fa, quando ho iniziato a fare questo lavoro. Ho pensato: "In università, che cosa facevano i professori con i quali avrei preferito spararmi in un piede piuttosto che frequentare una loro lezione, non tanto per la competenza tecnica quanto per il modo di portare gli argomenti? Facciamo l'esatto opposto".
Ho visto che le slide uccidono un corso. È ovvio che determinate slide tecniche le devi proiettare perché devi far vedere particolari dettagli, ma tipicamente basta una foto o una non slide per catturare le persone; raccontare magari anche episodi personali - l'ingaggio iniziale è sempre importantissimo - e poi saper raccontare storie che capitano tutti i giorni, che sono capitate, quindi storie vere, e poi trovare il fuori di metafora e ricondurre le persone che ti stanno ascoltando a quella situazione nell'ambito del loro lavoro.

E il successo del team building in cucina? Non può essere l'onda lunga di MasterChef…
In cucina vedi le stesse dinamiche di una squadra: la divisione dei ruoli, avere determinate capacità... tirare una sfoglia è un lavoro faticoso e hai bisogno di due braccia robuste, ma anche avere la sensibilità di impiattare è un'altra capacità. La cucina è una fortissima metafora per quello che riguarda il lavoro di squadra.

Una volta rientrati, lo ha ricordato anche il presidente Miro, dovranno fare opera di 'contaminazione' presso colleghi, titolari... Che strumenti darebbe a ognuno di loro per aiutarli in questa fase due senza di voi?
Ci sono degli strumenti tecnici, che abbiamo visto durante le presentazioni ufficiali di Miro, per i quali ci sarà un futuro immediato. Poi ci sono strumenti più... soft, come ricordarsi che c'è un collega che può risolvere una tua situazione, avendo sempre presente quello che è il cliente finale. Al posto di soluzioni che oggi vengono messe in campo avendo se stessi come focus - perché facilitano il lavoro, perché è più semplice, perché "ho sempre fatto così" - provare a pensare a quello che vuole il cliente finale. E se il cliente finale vuole tutta quella serie di cose che ci siamo raccontati in questi due giorni, la soluzione che magari non è in mio possesso passa sicuramente attraverso un collega che fa parte del consorzio.

La disponibilità al cambiamento è anche una questione di età anagrafica? L'età media più bassa dovrebbe favorirla?
Si, assolutamente, anche se oggi ho visto quelli che potrei considerare probabilmente dei senatori qui dentro che si sono messi in gioco esattamente come il ragazzo di 25-27 anni. E anche questo è un sintomo di notevole intelligenza, nel vero senso della parola: è avere la capacità di sforzarsi di capire, di leggere le cose.

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